▤ Homelab

Proxmox VE: installazione e prima configurazione ragionata

Installare Proxmox VE e configurarlo bene dal primo giorno: repository, aggiornamenti, storage, rete con bridge, utenti, notifiche e prima VM.

Proxmox VE è la piattaforma di virtualizzazione più usata negli homelab, e una buona ragione è che si installa in pochi minuti. Proprio per questo, però, molti si fermano alla schermata di benvenuto e iniziano a creare macchine virtuali senza sistemare alcune impostazioni che, mesi dopo, fanno la differenza. Questa guida segue l'ordine con cui conviene procedere.

Prima dell'installazione

Tre verifiche evitano problemi:

  1. Virtualizzazione attiva nel firmware. Nel BIOS o UEFI vanno abilitate VT-x o AMD-V e, se si prevede di assegnare dispositivi alle macchine virtuali, anche VT-d o AMD-Vi.
  2. Disco di sistema scelto con criterio. Proxmox scrive con una certa frequenza log e dati di stato: un SSD di qualità è preferibile a una chiavetta USB o a una scheda di memoria, che si usurano presto.
  3. Indirizzo IP deciso in anticipo. L'host dovrebbe avere un indirizzo statico, o una prenotazione DHCP sul router, fuori dall'intervallo assegnato automaticamente agli altri dispositivi.

L'installazione

Si scarica l'immagine ISO ufficiale, la si scrive su una chiavetta e si avvia la macchina. L'installatore chiede pochi dati: disco di destinazione, filesystem, paese e fuso orario, password di root, indirizzo email per le notifiche, nome host e configurazione di rete.

Sul filesystem la scelta principale è tra ext4 con LVM e ZFS. Con un solo disco ext4 è semplice e leggero. Con due dischi uguali, ZFS in mirror protegge il sistema dal guasto di uno dei due e offre snapshot e verifiche di integrità. ZFS usa però più memoria, e va considerato nel bilancio della RAM.

Il nome host va scelto con un dominio completo, per esempio pve1.home.arpa, e non andrebbe cambiato in seguito, perché è legato a certificati e, in un cluster, all'identità del nodo.

I repository e gli aggiornamenti

Al primo accesso all'interfaccia web, sulla porta 8006, compare un avviso sull'assenza di abbonamento. Per impostazione predefinita è attivo il repository "enterprise", che senza abbonamento restituisce errori durante gli aggiornamenti.

La soluzione è disattivare quel repository e abilitare il repository pubblico "no-subscription", entrambi gestibili dalla sezione Repository dell'interfaccia. Va fatto lo stesso per il repository di Ceph, se presente. Poi si aggiorna il sistema:

apt update
apt full-upgrade

Su Proxmox si usa full-upgrade (o dist-upgrade) e non il semplice upgrade, perché gli aggiornamenti possono richiedere l'installazione o la rimozione di pacchetti.

Lo storage

Dopo l'installazione esistono di solito due archivi: local, per immagini ISO, modelli di container e backup, e local-lvm o local-zfs, per i dischi delle macchine virtuali. Conviene chiarire subito dove andranno:

  • dischi delle macchine virtuali: sull'SSD più veloce;
  • ISO e modelli: possono stare sull'archivio locale o su una condivisione di rete;
  • backup: mai solo sullo stesso disco delle macchine virtuali, ma su un disco separato, un NAS o un server di backup dedicato.

La rete

Proxmox crea un bridge Linux, di norma chiamato vmbr0, collegato alla scheda di rete fisica. Le macchine virtuali si collegano a questo bridge come se fossero computer attaccati allo stesso switch. Se si prevede di usare le VLAN, si può rendere il bridge "VLAN aware" e assegnare a ogni macchina virtuale il proprio tag direttamente dalla sua configurazione di rete.

Utenti e accessi

Lavorare sempre come root è comodo ma poco prudente. Alcuni accorgimenti:

  • creare un utente personale con i permessi necessari;
  • attivare l'autenticazione a due fattori per gli account amministrativi;
  • non esporre la porta 8006 su Internet; per gestire il laboratorio da fuori si passa da una VPN;
  • accedere via SSH con chiavi invece che con password.

Notifiche ed email

Proxmox invia avvisi su backup falliti, problemi dei dischi e aggiornamenti disponibili. Perché arrivino davvero, va configurato un metodo di invio funzionante, per esempio tramite un server SMTP esterno con autenticazione. Un sistema che fallisce i backup in silenzio è peggio di uno che non li fa, perché dà una falsa sicurezza.

La prima macchina virtuale

Con tutto in ordine, si carica un'ISO e si crea la prima macchina virtuale. Alcune impostazioni consigliate per sistemi Linux moderni:

Impostazione Scelta tipica
Tipo di macchina q35
Firmware OVMF (UEFI) per sistemi recenti
Controller disco VirtIO SCSI single
Scheda di rete VirtIO
Tipo di CPU host, se non serve migrare tra processori diversi
QEMU Guest Agent attivo, installando l'agente nel sistema ospite

Il QEMU Guest Agent permette all'host di spegnere correttamente la macchina virtuale, leggerne gli indirizzi IP e coordinare gli snapshot.

Il primo backup

Prima di considerare finita la configurazione, si pianifica un backup della prima macchina virtuale e, soprattutto, si prova a ripristinarlo. Solo un ripristino riuscito dimostra che il backup serve davvero.

In sintesi

  • Prima di installare si abilitano le estensioni di virtualizzazione e si sceglie un SSD di qualità per il sistema.
  • Il repository enterprise senza abbonamento va sostituito con quello no-subscription, aggiornando con full-upgrade.
  • I backup vanno su un disco o una macchina diversi da quelli delle macchine virtuali.
  • L'interfaccia web non va esposta su Internet; servono 2FA, chiavi SSH e una VPN per l'accesso esterno.
  • Le notifiche email vanno configurate e il primo backup va sempre ripristinato per prova.
MM
Marco Marzaduri

Marco Marzaduri si occupa di cybersecurity, informatica forense e sviluppo web. Laureato in informatica, unisce il rigore dell'analisi tecnica all'attenzione per le persone che usano la tecnologia.

Leggi anche