Proxmox VE è la piattaforma di virtualizzazione più usata negli homelab, e una buona ragione è che si installa in pochi minuti. Proprio per questo, però, molti si fermano alla schermata di benvenuto e iniziano a creare macchine virtuali senza sistemare alcune impostazioni che, mesi dopo, fanno la differenza. Questa guida segue l'ordine con cui conviene procedere.
Prima dell'installazione
Tre verifiche evitano problemi:
- Virtualizzazione attiva nel firmware. Nel BIOS o UEFI vanno abilitate VT-x o AMD-V e, se si prevede di assegnare dispositivi alle macchine virtuali, anche VT-d o AMD-Vi.
- Disco di sistema scelto con criterio. Proxmox scrive con una certa frequenza log e dati di stato: un SSD di qualità è preferibile a una chiavetta USB o a una scheda di memoria, che si usurano presto.
- Indirizzo IP deciso in anticipo. L'host dovrebbe avere un indirizzo statico, o una prenotazione DHCP sul router, fuori dall'intervallo assegnato automaticamente agli altri dispositivi.
L'installazione
Si scarica l'immagine ISO ufficiale, la si scrive su una chiavetta e si avvia la macchina. L'installatore chiede pochi dati: disco di destinazione, filesystem, paese e fuso orario, password di root, indirizzo email per le notifiche, nome host e configurazione di rete.
Sul filesystem la scelta principale è tra ext4 con LVM e ZFS. Con un solo disco ext4 è semplice e leggero. Con due dischi uguali, ZFS in mirror protegge il sistema dal guasto di uno dei due e offre snapshot e verifiche di integrità. ZFS usa però più memoria, e va considerato nel bilancio della RAM.
Il nome host va scelto con un dominio completo, per esempio pve1.home.arpa, e non andrebbe cambiato in seguito, perché è legato a certificati e, in un cluster, all'identità del nodo.
I repository e gli aggiornamenti
Al primo accesso all'interfaccia web, sulla porta 8006, compare un avviso sull'assenza di abbonamento. Per impostazione predefinita è attivo il repository "enterprise", che senza abbonamento restituisce errori durante gli aggiornamenti.
La soluzione è disattivare quel repository e abilitare il repository pubblico "no-subscription", entrambi gestibili dalla sezione Repository dell'interfaccia. Va fatto lo stesso per il repository di Ceph, se presente. Poi si aggiorna il sistema:
apt update
apt full-upgrade
Su Proxmox si usa full-upgrade (o dist-upgrade) e non il semplice upgrade, perché gli aggiornamenti possono richiedere l'installazione o la rimozione di pacchetti.
Lo storage
Dopo l'installazione esistono di solito due archivi: local, per immagini ISO, modelli di container e backup, e local-lvm o local-zfs, per i dischi delle macchine virtuali. Conviene chiarire subito dove andranno:
- dischi delle macchine virtuali: sull'SSD più veloce;
- ISO e modelli: possono stare sull'archivio locale o su una condivisione di rete;
- backup: mai solo sullo stesso disco delle macchine virtuali, ma su un disco separato, un NAS o un server di backup dedicato.
La rete
Proxmox crea un bridge Linux, di norma chiamato vmbr0, collegato alla scheda di rete fisica. Le macchine virtuali si collegano a questo bridge come se fossero computer attaccati allo stesso switch. Se si prevede di usare le VLAN, si può rendere il bridge "VLAN aware" e assegnare a ogni macchina virtuale il proprio tag direttamente dalla sua configurazione di rete.
Utenti e accessi
Lavorare sempre come root è comodo ma poco prudente. Alcuni accorgimenti:
- creare un utente personale con i permessi necessari;
- attivare l'autenticazione a due fattori per gli account amministrativi;
- non esporre la porta 8006 su Internet; per gestire il laboratorio da fuori si passa da una VPN;
- accedere via SSH con chiavi invece che con password.
Notifiche ed email
Proxmox invia avvisi su backup falliti, problemi dei dischi e aggiornamenti disponibili. Perché arrivino davvero, va configurato un metodo di invio funzionante, per esempio tramite un server SMTP esterno con autenticazione. Un sistema che fallisce i backup in silenzio è peggio di uno che non li fa, perché dà una falsa sicurezza.
La prima macchina virtuale
Con tutto in ordine, si carica un'ISO e si crea la prima macchina virtuale. Alcune impostazioni consigliate per sistemi Linux moderni:
| Impostazione | Scelta tipica |
|---|---|
| Tipo di macchina | q35 |
| Firmware | OVMF (UEFI) per sistemi recenti |
| Controller disco | VirtIO SCSI single |
| Scheda di rete | VirtIO |
| Tipo di CPU | host, se non serve migrare tra processori diversi |
| QEMU Guest Agent | attivo, installando l'agente nel sistema ospite |
Il QEMU Guest Agent permette all'host di spegnere correttamente la macchina virtuale, leggerne gli indirizzi IP e coordinare gli snapshot.
Il primo backup
Prima di considerare finita la configurazione, si pianifica un backup della prima macchina virtuale e, soprattutto, si prova a ripristinarlo. Solo un ripristino riuscito dimostra che il backup serve davvero.
In sintesi
- Prima di installare si abilitano le estensioni di virtualizzazione e si sceglie un SSD di qualità per il sistema.
- Il repository enterprise senza abbonamento va sostituito con quello no-subscription, aggiornando con
full-upgrade. - I backup vanno su un disco o una macchina diversi da quelli delle macchine virtuali.
- L'interfaccia web non va esposta su Internet; servono 2FA, chiavi SSH e una VPN per l'accesso esterno.
- Le notifiche email vanno configurate e il primo backup va sempre ripristinato per prova.